mercoledì 16 gennaio 2013

Nella memoria si inciampa


-settima puntata-
Lunedì è stato un giorno particolare, per Via Marmorata 169. Hanno posato una pietra, una memoria che si riallaccia ai sette nomi del cippo all’interno del cortile.


Lo hanno fatto davanti al portone. Qui. 


Hanno incastrato un sanpietrino un po' diverso da tutti gli altri, per incuriosire, far fermare, "obbligare" a un ricordo, una discussione, un racconto.



Questa qui è una pietra d'inciampo, una delle tante pietre che fanno parte dell'opera dell'artista tedesco Gunter Denmig che ci obbliga tutti a "inciampare", fermandosi sui nomi e le vite delle vittime della violenza nazista.

Tra i sette condomini ricordati sulla pietra al centro del cortile c’è anche lui, Adolfo Caviglia.



Gunter Denmig ha cominciato a disporre le "Stolpersteine" nel 1995 in tutta Europa. A Testaccio già erano state poste, proprio nella strada che parte da Via Marmorata, Via Amerigo Vespucci 41. Proprio qui, sotto Elsa Morante:


La pietra d’inciampo non è nient'altro che una piccola targa di ottone, posta davanti alla porta della casa in cui abitò il deportato.
Solitamente sono incisi il nome della persona deportata, l’anno di nascita, la data, il luogo di deportazione e la data di morte.


Quest'opera racconta la tenacia di ricordare chi era ridotto solo ad un numero. Le pietre d’inciampo non ricordano solo le vittime ebree ma anche tutti i gruppi “indesiderabili” per la dottrina nazista come potevano essere gli oppositori politici, gli omosessuali, i Rom, i Sinti. Quando Gunter cominciò a metter pietre nacque un dibattito in Germania: il proprietario dell’immobile poteva non sempre gradire l’idea di essere costretto ogni giorno a ricordare le atrocità naziste.

È successo anche questo negli anni '50, gli anni della ricostruzione del nostro Paese, mentre nella palazzina si cercava di raccogliere i soldi per il cippo di Via Marmorata 169, una pietra di marmo a memoria degli amici con cui si era cresciuti, con cui magari si era giocato "a palla": una dei condomini si è ritratta, non ha voluto partecipare alla "colletta". La figlia ricorda così le parole di sua madre: “No io il nome di Benedetto mio non voglio vederlo tutti i giorni su quella lapide, entrando ed uscendo di casa. Preferisco dimenticare”. Nel cippo, quindi, manca un ottavo nome sparito all’ultimo. Ma la sua storia non è andata perduta. 



venerdì 17 febbraio 2012

Fatto "colle mani"


-sesta puntata-
Stavolta bisogna metterla la dicitura: “sesta puntata”. Per forza. Perché chi cominciasse a leggere da qui, non capirebbe nulla se prima non avesse letto i cinque post precedenti del blog. E quindi sì, siamo al sesto “episodio”, “puntata”. Anche se a me piace di più dire “racconto”.


Maria la mia vicina di casa in Via Marmorata 169 continua a parlare e quando racconta fa paura, non la fermi più. Ha quel modo particolare di raccontare degli anziani in cui una storia è irreversibilmente attaccata ad un’altra. Qualcuno nato con la tv direbbe: “sembra una telenovela”. A me piace invece pensare all’Iliade e all’Odissea, o alle favole che ti raccontavano da bambino, perché niente ti si impiglia dentro di più di un racconto orale. E allora mentre è lì che mi parla del cippo di Via Marmorata 169, ecco che “salta fuori” suo padre.
Perché suo padre non è uno mica qualunque. E’ uno che faceva le cose “colle mani”. Anzi. Ha costruito i pavimenti dove voi tutti scalpicciate da quando eravate ragazzini. Sì, è il “maiolicaro”, quello che ha posato i pavimenti degli appartamenti,dei luoghi pubblici della nostra vecchia Roma. Come alla Galleria Colonna. Lì il papà di Maria ha lavorato giorno e notte per consegnare il suolo su cui sono avvenuti tanti incontri, si sono incrociati tanti destini. E poi: avete presente i pavimenti di Testaccio? Quelli rossi e neri? Quelli che per un periodo sono stati visti come un marchio a fuoco, di case troppo vecchie e magari ricoperte di linoleum. Ed oggi invece recuperati perché il pavimento rosso e nero è “antico” e quindi per antonomasia “bello”. Ecco: il papà di Maria è l’artigiano della nostra stabilità, del nostro camminar dritti.



E all’improvviso mentre Maria racconta inizio a pensare a come cambiano le categorie del bello e brutto, ricco e povero, costoso e a buon mercato. 
C’è stata un’epoca in cui la plastica era bella, nuova, moderna e l’artigianato apparteneva ad un mondo che si voleva scomparisse al più presto. Perché lavorare “colle mani” equivaleva a dire fatica e sudore mentre l’industrializzazione ci portava dritti dritti nella modernità. Maiolicaro? “Oh mio dio no, meglio essere impiegato”.
Poi è successo qualcos’altro.
Ed è per questo “qualcos’altro” che ci incantiamo come bambini davanti ai mestieri antichi, quelli che si fanno “colle mani” e sempre si faranno.


Come quello di Sergio che rilega i libri alla maniera antica, come si faceva una volta in Via Giovanni Branca 56, a pochi passi dal mio condominio. Rilega con cura, precisione, intenzione. E su ordinazione, se vuoi, ti rilega un libro di poesie scelte da lui. Ogni libro lo fa diverso da un altro, perché ogni lettore è differente. La poesia non è il solo suo grande amore, l’altro è sua moglie che, guarda un po’, scrive poesie.
Comunque, eccolo qui sotto all’opera. 




Io l’ho conosciuto una mattina perché sulla porta a vetri del negozio era attaccata una poesia. Mi sono messa a leggerla e, davvero non so perché, mi sono un po’ commossa.


Allora lui mi ha aperto la porta e sorriso. Da allora, siamo diventati amici per la pelle.
La poesia, guarda un po’, parla proprio di un mestiere che si fa “colle mani”, il muratore.
Eccola:
I muratori cantano,
cantando sembra più facile.
Ma tirar su un edificio
non è cantare una canzone,
è una faccenda
molto più seria.
Il cuore dei muratori
è come una piazza in festa;
c'è un vocio,
canzoni
e risa.
Ma un cantiere non è una piazza in festa:
c'è polvere e terra,
fango e neve.
Spesso le mani sanguinano,
il pane non sempre è fresco,
al posto del tè c'è acqua,
qualche volta manca lo zucchero,
non tutti qui sono eroi,
e gli amici non sempre
sono fedeli.
Tirar su un edificio
non è cantare una canzone.
Ma i muratori
son gente cocciuta.
E l'edificio vien su,
vien su,
sempre più in alto
e più in alto
s'arrampica.
Alla fine del primo piano
stanno già vasi di fiori,
e sopra il tetto del garage
gli uccelli sulle ali già portano il sole.
In ogni trave c'è un battito di cuore,
in ogni pietra.
E l'edificio vien su,
magnifico,
cresce
nel sangue e nel sudore.
(Nel  sangue e nel sudore - Nazim Hikmet)

lunedì 31 ottobre 2011

Con una lente di ingrandimento

E alle volte riprendere il filo di una storia è cosa semplice.
Basta guardarsi indietro e ritrovare un segno, una pietra che indica la strada. Come in montagna.


Anche se poi le montagne sono alte e impervie, c'è sempre qualcosa che ti riporta a casa.
Eravamo partiti da Via Marmorata 169 e dal suo cippo e torniamo qui. A casa.



Anche se per un po' abbiamo fatto il giro del quartiere e siamo addirittura passati in Via Tasso.
E allora eccola la pagina del libro di Giuseppe Mogavero che come una lente di ingrandimento racconta 
le vite dietro quei nomi. In quella pagina ci sono i condomini di Via Marmorata uccisi alle Fosse Ardeatine, ricordati da quella pietra in mezzo al cortile, frutto di una "colletta" di tutto il palazzo. 



"Adolfo Caviglia era un commesso del negozio Tessilgros di proprietà di un correligionario, in via delle Botteghe oscure 39. Fu arrestato la mattina del 9 marzo dalla Milizia fascista. Quel giorno stesso la famiglia subì una perquisizione in casa, durante la quale venne percossa sua sorella. Adolfo fu portato a Via Tasso e poi a Regina Coeli, prima di essere tradotto alle Fosse Ardeatine.

Cesare Tedesco anch'egli commesso di negozio fu catturato in via del Gambero il 3 marzo, per la delazione di una nota spia. Lo portarono a Via Tasso dove "gli hanno menato perchè sapevano da fonte sicura che aveva la moglie e due figli nascosti" (Fortunata Tedesco)
Dopo nove giorni lo trasferirono a Regina Coeli. La moglie e la cognata riuscirono ad avere il permesso per fargli una visita, ma il direttore le mandò via perchè erano appena entrati i tedeschi: "Signora mia, quelli sono venuti, non so quello che vonno, venga domenica mattina che la faccio sta' più di un'ora con suo marito".
"Invece era proprio la sera che l'hanno preparato, il venerdì sera, l'hanno portato alle Fosse Ardeatine e l'hanno ammazzato... (Prima di morire) sarà stato disperato, avrà pensato a me e a questi ragazzi... E' morto disperato. Così, in mano ai tedeschi... quello che avrà patito in quel momento quell'uomo. Dio solo lo sa." (Fortunata Tedesco)

Guglielmo Caviglia, detto "Bibbidone" dagli amici, fu arrestato il 12 maggio. Detenuto dapprima a Roma, fu inviato al campo di smistamento di Fossoli, da dove fu portato (convoglio 13) ad Auschwitz, il 26 giugno. Da quel momento si persero le sue tracce.

Lazzaro Di Porto fu arrestato nel giugno e subì lo stesso calvario di Guglielmo, fino al medesimo campo di sterminio tedesco. Fu ucciso al suo arrivo, il 30 giugno.

Davide Moresco, arrestato il 22 febbraio fu deportato da Fossoli il 5 aprile con destinazione Auschwitz. Come era frequente per i deportati ebrei, fu poi inviato a Mathausen, dove morì il 6 febbraio 1945."

E poi al lato della fotocopia del libro, scritto in una grafia minuscola:
"Mario Milano venne arrestato il 28 dicembre 1943 e detenuto a Regina Coeli. Come accennato nella parte dedicata ai deportati civili, egli fu caricato il 4 gennaio 1944, con altri 291 tra politici ed ebrei, su un convoglio che partì dalla stazione Tiburtina con destinazione i campi di concentramento nazisti. Mario morì ad Horteim, vicino ad Auschwitz il 31.7.1944."


L'unico che manca all'appello è Mario Natili. Ma la sua memoria non è scomparsa: la  fissa bene la signora Maria. "Ce giocavo a palla insieme ner cortile. Era un bravo ragazzetto." E lo sguardo le si riempie di tenerezza.
Bello essere ricordati così.

sabato 11 giugno 2011

Scatole cinesi

Come in un gioco di scatole cinesi chi racconta sa che ogni storia ne tiene dentro molte altre. Proprio come il condominio di Via Marmorata 169 contiene dentro molti altri condomini, case, corridoi, stanzoni. Prima però bisogna cominciare dalla scatola più grande.



E la strada è gia segnata da quei nomi sul cippo al centro del cortile. Conducono fuori dal condominio. Per capire meglio, alle volte, bisogna allontanarsi dalle cose.


Il luogo prescelto per la distanza ravvicinata è il Museo storico della liberazione di Via Tasso.
Aver fotografato l'insegna della via è importante. Serve a ricordare. Qui durante i nove mesi dell'occupazione tedesca della città (11 settembre 1943-4 giugno 1944) l'edificio fu destinato interamente a Comando della Sipo, la polizia di sicurezza. L'ala destra del palazzo, con l'ingresso al civico 145, fu interamente trasformata in carcere. Il museo raccoglie documenti, cimeli, giornali e manifesti, volantini, scritti e materiali iconografici sull'occupazione nazifascista di Roma e sulla lotta che valse alla città di Roma la medaglia d'oro al Valor militare per la guerra di liberazione nella Resistenza. Via Tasso fu luogo di reclusione e tortura da parte delle SS per oltre 2000 antifascisti. Moltissimi di loro morirono a Forte Bravetta e alle Fosse Ardeatine.
Ad aspettarmi c'è Antonio Parisella il presidente, qui sotto nella foto è arrabbiato perchè i muri del museo sono stati imbrattati dalle scritte naziste, proprio il 25 aprile, la festa della Liberazione. Una delle scritte, quasi una confessione inconsapevole, recitava accanto ad una svastica "Ho perso la memoria".


Mi dispiace un po' di avere solo questa foto sua perchè non si vede di quale forza siano capaci i suoi occhi. Il giorno in cui lo vado a trovare mi accoglie con un fiume di parole e una buona dose di consigli. Mi dice che per iniziare una camminata, bisogna avere la pancia vuota, perchè solo così si cammina meglio. E racconta dell'importanza delle insegne e di un proprietario di un albergo sulla via. Gli ha chiesto di togliere la targa che ricorda il carcere e il luogo di torture che è stato a Via Tasso. Abbassa la testa e riflette: "Com'è possibile che possano dormirci i turisti in questa via. Ma non le sentono le grida dei torturati e dei condannati a morte?" E vorrei dirgli che in questa Roma antica le mura parlano. Ma rimango in silenzio. E mi sento anche in colpa perchè quando vado via la verità è che non sono a pancia vuota. Mi fa conoscere un'altra colonna portante di Via Tasso, si chiama Giuseppe Mogavero. Lo trovo in biblioteca. Mi ascolta, mi sorride e mi dice anche lui aveva fatto anni prima una ricerca sui protagonisti del cippo. Fotocopia la pagina del suo libro e me la consegna.
La guardo e riguardo e mi sembra la cosa più preziosa che ho.
Ci sono i condomini di Via Marmorata. O almeno, l'ultimo pezzetto della loro vita.

lunedì 30 maggio 2011

Coraggio

Riparto dal centro del mio cortile.
Bisogna riprendere il filo del discorso e per farlo si parte dal cuore delle storie.
Sta di fatto che non appena comincio la mia ricerca sul cippo, incrocio una signora della scala quinta.


Si chiama Maria ed è del 1923.
Una delle prime cose che mi dice è che "quel Mario Natili lì io lo conoscevo, quello che hanno ammazzato alle Fosse Ardeatine". Era un suo amico, con lui giocava. Sì, perchè Maria è una testaccina verace: suo nonno era fra i mattonatori che lastricarono la strada del tunnel di Via Nazionale ed era anche un maiolicaro. Maria ama raccontare che il nonno è colui che posava le maioliche nelle case di Testaccio.
Questo la fa sentire ancora di più parte di questa storia.


Eccola qui, accanto alla sua foto da ragazza e a quella del marito.
Ma prima di arrivare al matrimonio, Maria mi racconta molto altro.
Nella sua famiglia erano quattro fratelli, il padre muore presto. Durante la guerra, poi,  muoiono di stenti, a poca distanza l'una dall'altra, la madre e la sorella. Era l'agosto del 1944. Così lei, che è la più grande, si ritrova da sola ad allevare i suoi due fratelli. La guerra, la povertà, il modo per nascondere gli amici ebrei in casa, in una botola del soffitto. E poi le sirene dei bombardamenti e il rifugio del quartiere che è proprio sotto il condominio di Via Marmorata 169. Incombono anche qui, nella sua piccola storia, le Fosse Ardeatine: viene reclutata insieme ad altre due "figlie del popolo" per ripulire le Fosse. "Io quando so' entrata, so' svenuta subito. E questo perchè c'ho la protezione di Dio, perchè l'altre due si sono ammalate di infezione cadaverica". Una delle due compagne è morta, l'altra è sopravvissuta.
Quando parla Maria non si lamenta mai. Dice di essere fortunata: avere avuto questo "incidente sul lavoro" le ha garantito da un lato la sopravvivenza, dall'altro il lavoro.
Se c'è una parola che mi ricorda è "coraggio". Nel suo significato ancestrale di "cor habeo", avere un cuore, per affrontare, rialzarsi, ridere, vivere.


Qui sopra è sorridente e felice il giorno del suo matrimonio: suo marito è passato diverse volte sotto casa, in Via Marmorata 169 prima di chiederle la mano. Era un uomo di 30 anni "un soldato che era nell'esercito da dieci anni, mezzo malato, non sapeva dove andare e io ero 'na morta de fame".
Per il loro matrimonio tutto il quartiere si diede da fare: anzi, tutto il condominio.
"Al posto del camiciaio ce stava Linolana, grande pasticceria e forno che mandò su per festeggiare biscotti e dolci. Mentre al posto del ristorante cinese c'era il bar Collalti, un caffè- torrefazione che mandò alla festa le bibite, il vermut e il marsala". Don Schiaffino, il prete, che si era informato sul giovane soldato, fece una bella cerimonia, mentre un'amica le confezionò un bell'abito celeste e un turbante con la veletta.
E dopo il matrimonio, i figli, due, una femmina e un maschio, il lavoro come bidella in una scuola di Testaccio. E poi, purtroppo, Maria rimane vedova presto."Molti me hanno detto "Chi te l'ha fatto fa' a pijatte un soldato? Beh siamo stati coraggiosi tutti e due". Coraggio, appunto.
A volte, serve ripeterselo.

giovedì 28 aprile 2011

Il condominio 2- il ritorno


Ed eccomi di nuovo qui. Da dove avevo iniziato.
Dal cippo.
Quando sono venuta ad abitare in questa casa, ogni volta che entravo ed uscivo, quelle centinaia di volte durante il trasloco, mi domandavo chi fossero, che aspetto avessero, con che inflessione parlassero, se con voce bassa o baritonale, le sette "vittime della ferocia nazifascista".
Un sottofondo nella mia testa mi diceva che avevo già sentito parlare di loro.
Poi, una mattina, il ricordo zompetta nella mia testa: si tratta di un libro importante per me, come avevo fatto a non ricordarmene prima! "L'ordine è già stato eseguito" di Alessandro Portelli, storico, musicologo e professore di letteratura anglo-americana alla Sapienza. Un libro che racconta la vera storia delle Fosse Ardeatine, la memoria collettiva della strage  nazista compiuta a Roma il 24 marzo 1944 come rappresaglia dell'attentato di Via Rasella in cui erano morti 33 tedeschi.
Dalla quarta di copertina: "L'eterogeneità sociale e politica delle 335 persone uccise fa delle Fosse Ardeatine un avvenimento emblematico, che lega insieme tutte le storie di Roma: a cadere sotto il piombo tedesco furono infatti generali e straccivendoli, operai e intellettuali, commercianti e artigiani, un prete e 75 ebrei; monarchici e azionisti, liberali e comunisti, ma anche persone prive di appartenenza politica".


Qui lo vedete sul mio comodino: l'ho messo lì da allora, per non dimenticarmene più. Accanto agli altri libri letti, non letti, consultati, respirati. Vicino ad un pacchetto di fazzoletti e ad un cd con musica per la notte, una pietra che incita alla calma, un segnalibro sulla felicità, le bambolette guatemalteche nella scatola per scacciare via i brutti pensieri ed una lampada di sale di quelle che producono ioni positivi. Tutte strategie (malriuscite) per il buon sonno.


Se lo aprite a pagina 56, troverete questo passo proprio sul condominio di cui sopra:
"Al centro del cortile di un blocco di case popolari, al numero 169 di via Marmorata, c'è un cippo di marmo che reca ancora la scritta "ex horreis reispublicae": "dai magazzini della repubblica". Sullo stesso blocco è incisa più di recente un'altra epigrafe nei soliti caratteri romaneggianti: "..."
Portelli, Sandro per chi gli è amico e lui, che è persona generosa, di amici ne ha tanti, continua a descrivere quel piccolo condominio attraverso la voce di una sua abitante, Fortunata Tedesco: "C'erano macellai, pesciaroli, fruttivendoli... Tutto 'sto piccolo commercio al dettaglio..."
E sembra di vederla Fortunata, anche adesso che non c'è più.
E questo è il potere di certi libri che ti capitano tra le mani o che magari qualcuno ti consiglia.


Come, ad esempio, questo qui sopra. Me l'ha consigliato un uomo. Quando venne a sapere che non l'avevo ancora letto, mi ammonì: "Che cosa? Una come te non ha letto Carla Capponi?"
Ed io, come un soldatino, lo lessi subito. A volte gli uomini sanno essere di una severità insopportabile.
Carla, mi piace chiamarla così come se fosse un'amica, racconta in questo splendido libro la sua esperienza nella Resistenza a Roma e l'attentato di Via Rasella di cui fu protagonista.
C'è una cosa che mi piace dei libri e che faccio subito, appena comprati: leggere le dediche al principio del libro e se ci sono le citazioni.
Carla dedica la biografia a sua figlia e racconta del ritmo della memoria in una frase in cima alla prima pagina:

"I ricordi sono come uova d'uccello nel nido:
l'anima li riscalda per lunghi anni
e d'un tratto essi rompono il guscio
disordinatamente, inesorabilmente"
Ismail Metter
E adesso anche il mio guscio forse si sta rompendo e scendo ancora più giù negli anni.
Ho undici anni e sono stata inviata d'estate a Malta ad imparare l'inglese. Ma odio il posto, odio le persone, fa un caldo pazzesco e soprattutto vorrei stare con i miei genitori.
Porto con me come un piccolo sequestro un libro preso in prestito dalle librerie di mio padre.


Si tratta de "La Storia" di Elsa Morante.
Amo quest'edizione: è del 1974, è quella di mio padre che è rimasta a me.
Non riuscivo a staccarmi da quel tomo perchè parlava di Roma, della mia Roma, una Roma che io non ho conosciuto perchè è la città sotto la guerra, quella dal '41 al '47. Eppure quel libro, in un posto dove si parlava una lingua straniera, mi parlava di casa mia. Quando tornai, mio padre vide come avevo ridotto il suo libro e mi intimò di comprargliene uno nuovo. Così i primi soldi risparmiati furono investiti nella nuova edizione. A volte gli uomini sanno essere di una severità insopportabile. Ma io ero contenta di tenermi quell'edizione lì. Non gliel'ho mai detto.
Ma ritorniamo a Via Marmorata 169, anche se dove Elsa Morante ha abitato (Via Amerigo Vespucci 41) è proprio lì accanto. Quando ho deciso di scrivere qualcosa su casa mia ho iniziato a leggere molti libri, come questo:



Teresa è una staffetta partigiana di Reggio Emilia.
Una che continua a fare la staffetta anche oggi, a portare il messaggio della Resistenza dalla sua generazione a quelle di oggi e di domani.
L'ho conosciuta in una serata all'associazione Da Sud al Pigneto, ha 84 anni:  raccontava e sorrideva con l'entusiasmo dei vent'anni. La stessa sera si presentava uno spettacolo tratto da questo libro qui:


Una pubblicazione dell'Arci Viterbo che mette insieme i ricordi dei partigiani di lì, il reportage fotografico, il teatro narrativo di Ferdinando Vaselli.
Un libretto prezioso e pieno di spunti interessanti già dal titolo.
Qual è la morale della favola? Me lo sono sempre chiesta anch'io.
Forse che non bisogna smettere di ripeterle certe cose. Anche a costo di essere petulanti e ridicoli.
Perchè le storie esistono solo se c'è qualcuno a poterle raccontare.
Adesso scusate, mi fermo.
Sono andata di nuovo fuori tema.
Torno subito.

mercoledì 27 aprile 2011

Il condominio

Il nome di una strada, il suo civico. Un indirizzo. Preciso.
Puntuale. Come un appuntamento. A cui arrivi sempre in ritardo.
Son passati due anni e dal primo momento, da quando ho incrociato sulla mia via, "Via Marmorata 169" che ho voluto scrivere qualcosa su di lei.
La chiamo al femminile, perchè assomiglia più ad una femmina che ad un maschio. Ha un cortile ampio che sembra quasi un ventre e ti ci perdi.
Sembra fatto apposta: al suo centro c'è una casetta che sembra quella delle fate, si chiama "la casa dei bambini", uno dei vecchi asili comunali.
Succede così che qualcuno si innamori dei luoghi e delle persone che li abitano.
Proprio per questo ho iniziato a scrivere prima su pezzi di carta poi su computer tutto quello che incontravo e respiravo in questo  luogo entusiasmante, dove succedono tante cose, ci sono le palme, la ghiaia bianca e le vecchiette alla finestra. E quando c'è il sole, c'è una luce particolare che sembra di essere in un film degli anni '50. Ho iniziato a scrivere perchè al centro del cortile interno al condominio c'è un cippo. Eccolo qui.


Ve lo faccio vedere da più vicino, così potete guardarlo meglio.


Lo rileggo anch'io, così lo imparo a memoria: 
"Per ridare all'Italia libertà e giustizia
Adolfo Caviglia
Cesare Tedesco
caddero alle Fosse Ardeatine
vittime della ferocia nazifascista
Guglielmo Caviglia
Lazzaro Di Porto
Davide Moresco
Mario Milano
Mario Natili
morirono in campo di concentramento in Germania
il loro sacrificio sia di ammonimento
i condomini memori"

Imparare a memoria serve.
Quando ero a scuola odiavo imparare a memoria. Ma le poche poesie che mi sono rimaste nella mente sono oggi come un dono prezioso. Già, la memoria, che faccenda complicata. Addirittura recenti studi cognitivi asseriscono che nell'operazione del ricordare, del "riportare alla mente" c'è un forte grado di costruzione propria, di reinterpretazione di fatti accaduti. Questo accade quando si tratta delle nostre piccolissime storie, ma quando si affronta la grande Storia bisogna imporre dei paletti, inseguire le pietre colorate che segnano il percorso come in un'escursione in montagna. Roma ne è piena. Basta alzare gli occhi.


Questa qui sopra è la targa di Via Amerigo Vespucci 41, è il condominio accanto a Via Marmorata.
In Via Vespucci ho abitato tre anni, ho scelto di vivere qui proprio per questa targa. Pensavo che lo spirito di una scrittrice come Elsa Morante mi avrebbe portato fortuna. Per questo, questa almeno, la conosco a memoria: "Una mente visionaria/ un profondo sentimento del dolore/ una viva complicità con gli umili/ capace di trasformare la storia in mito/ la vita in favola crudele e misteriosa".
Ma non è l'unica targa a Testaccio. Ecco Gabriella Ferri, in Piazza Santa Maria Liberatrice.


Basta alzare gli occhi e questi muri parlano. Girate la testa a sinistra.


Una bandiera della pace. Con le sbarre alle finestre, però.
Cammino più avanti, alzo gli occhi e guardo. In via Nicola Zabaglia.


Qui è ancora la guerra a parlare. 
Ma se si continua e si raggiunge il mattatoio, allora sì che si ascolta in altro modo. Con Orazio Giustiniani "il poeta gentile".


Ecco, mi sono persa.
Oggi volevo raccontarvi il motivo di un blog su un condominio, ma di targa in targa sono arrivata molto lontano. Ma non vi preoccupate, adesso torno indietro. Passo passo. Mi riavvicino a ciò che volevo dirvi.
Eccomi di nuovo a casa, in Via Marmorata 169. Ed ecco il motivo di questo racconto: questa storia mi riguarda perchè parla di casa mia.